di Davide Kessler
Coordinatore cittadino
di Campobase Trento
Pubblicato su Il T Quotidiano del 27 ottobre 2026
Nel dibattito sui giovani ospitato in questi giorni dai due principali quotidiani trentini ho messo in fila nove firme. L’età media supera i 62 anni. La più giovane ne ha 49. A quanto pare, per essere considerati abbastanza autorevoli da parlare dei giovani bisogna aver smesso di esserlo da un pezzo. Il dato fa sorridere. L’assenza della nostra voce, molto meno.
Il paternalismo comincia quando le difficoltà di una generazione vengono trattate come difetti del suo carattere. La fatica di costruirsi una vita diventa scarsa voglia di impegnarsi; la precarietà si trasforma in incapacità di adattarsi; il disagio viene ricondotto a un problema di educazione. Così, mentre si moltiplicano i consigli su come dovremmo vivere, le condizioni nelle quali viviamo finiscono sullo sfondo. È una condiscendenza che rifiuto. Anche perché permette di rimandare una domanda scomoda: quanto dipende davvero da noi e quanto dalle opportunità che questa società ci offre?
Ho 31 anni e riconosco che, per definirmi giovane, comincio ad aver bisogno di una certa benevolenza anagrafica. Per essere trattato da adulto, invece, sembra che mi manchi ancora qualcosa. Comincio a trovare esasperante questa continua verifica della nostra maturità. Ci hanno detto di studiare, e abbiamo studiato. Abbiamo investito anni nella formazione, spesso con sacrifici importanti, per scoprire che neppure una laurea garantisce uno stipendio sufficiente a costruirsi una vita autonoma. Ci hanno detto di fare la gavetta, di avere pazienza, che prima o poi sarebbe arrivato il nostro momento. Vorremmo almeno sapere quando finisce il «prima». Tra l’altro anche alcuni di quelli che oggi ci invitano ad aspettare hanno dovuto fare i conti con lo stesso atteggiamento. Proprio per questo potrebbero riconoscerne i limiti. Aver subito il paternalismo non è una buona ragione per tramandarlo, né obbliga chi viene dopo ad accettarlo in silenzio.
Intanto, i dati resi noti a settembre dalla Giunta provinciale indicano, per i giovani fino a 35 anni, una retribuzione media annua inferiore a 17 mila euro lordi. Annua. Lorda. Il dato riguarda l’insieme dei giovani considerati, con percorsi e titoli di studio diversi. È una cifra che dovrebbe interrompere qualsiasi predica sulla nostra presunta mancanza di ambizione. Tra i 25 e i 34 anni, inoltre, il 30 per cento degli occupati ha un contratto a termine. A forza di chiamarla gavetta, si rischia di trovare normale che l’autonomia resti un traguardo da spostare ogni anno un po’ più avanti.
Ci viene chiesto di essere flessibili, poi quando cerchiamo una casa dobbiamo presentare garanzie che un lavoro medio rende difficili da offrire. Ci si invita a mettere da parte qualcosa, come se il risparmio dipendesse soltanto dalla disciplina personale e non anche da ciò che rimane dopo l’affitto e le bollette. Ci si incoraggia a fare esperienze all’estero, salvo poi stupirsi se qualcuno trova condizioni migliori e decide di restarci. Sembra che ogni scelta sia quella sbagliata, purché la responsabilità rimanga nostra.
Il punto è poterci mantenere con il nostro lavoro. Poter firmare un contratto d’affitto, affrontare una spesa imprevista senza andare in crisi, fare un progetto che duri più del prossimo rinnovo. Sono aspirazioni molto ordinarie. Eppure, per troppi di noi, anche dopo anni di studio e di lavoro restano difficili da raggiungere. Liquidare questa distanza come un problema di atteggiamento è offensivo verso chi si impegna ogni giorno. E assolve troppo facilmente chi dovrebbe occuparsi delle condizioni economiche nelle quali quell’impegno si esercita.
Poi arriva l’immancabile domanda sui figli. Ci si preoccupa della natalità e ci si invita ad avere fiducia nel futuro. Benissimo: proviamo a dare a quella fiducia una casa e un reddito sul quale poter contare. La genitorialità è una scelta libera; chi desidera un figlio deve poterla compiere senza che diventi un salto nel buio economico. È difficile prendere sul serio un discorso pubblico che ci chiede di mettere al mondo la prossima generazione mentre fatica a garantire l’indipendenza a questa.
È anche per questo che l’assenza dei giovani dal confronto è tanto grave. Una tavola rotonda composta soltanto da uomini chiamati a parlare di parità di genere o di aborto susciterebbe giustamente proteste. Riconosceremmo subito l’assurdità di discutere delle vite altrui lasciando fuori chi le vive. Quando si parla di noi, invece, questa esclusione sembra passare quasi inosservata. L’esperienza di chi ha più anni può arricchire il confronto. Sostituirsi alla nostra voce lo impoverisce. Anche perché quella voce porta nel confronto qualcosa di più di una testimonianza sulla condizione giovanile. Porta competenze maturate nello studio e nel lavoro, esperienze e proposte utili alla comunità. Possiamo contribuire a discutere di economia, scuola e territorio anche senza che il tema del giorno siano i giovani.
L’Autonomia del Trentino deve servire anche a rendere possibile questa indipendenza. La serietà delle politiche per i giovani si misura da quante persone riescono a costruirsi una vita con il proprio lavoro. Chi governa, chi rappresenta gli interessi economici e chi orienta il dibattito pubblico deve accettare di essere giudicato anche su questo.
Proprio per questi motivi sarebbe utile se i mezzi di informazione dessero più spazio a questi contributi, riconoscendoli come parte ordinaria del dibattito adulto. Nella politica vale lo stesso principio: partecipare significa poter incidere sulle scelte e risponderne, anche quando si mettono in discussione abitudini consolidate. Se il nostro contributo è benvenuto soltanto quando conferma ciò che è già stato deciso, ci state chiedendo di fare pubblico. Per quello, francamente, bastano le sedie.
Nel frattempo, gli anni passano e le persone scelgono dove costruire la propria vita. Anche altrove. Il Trentino dovrebbe chiedersi quanto a lungo possa permettersi di chiamare «futuro» chi gli serve già adesso.