Articolo di domenica 1 febbraio pubblicato su il Il TQuotidiano, a firma di Veronica Antoniazzi.
In una congiuntura storica in cui la scuola torna agli “onori” delle cronache per episodi di violenza (il T del 30 gennaio). si torna a riflettere sull’educare. Chi è l’adolescente di oggi e di cosa ha bisogno? Come devono porsi gli educatori per accompagnarlo nel percorso di fioritura personale?
Attorno a queste domande all’esperienza personale dell’autore si sviluppa il libro presentato ad Arco su impulso di Campobase: «Per amore del futuro. Educare oggi» di Eraldo Affinati. Figura privilegiata del saggio, viene definito speciale perché – spiega Affinati – nel suo piccolo, rifa la storia dell’umanità: incontra per la prima volta, sulla propria pelle, categorie e concetti che noi adulti spesso diamo per scontati: bene e male, bellezza, giustizia e ingiustizia, e così via. Questo genera un tumulto interiore che nei soggetti più fragili, può produrre azioni inconsulte. E a partire da questa constatazione che si pone, per la scuola, la famiglia e l’intera comunità, il problema di quali modalità educative siano realmente efficaci al giorno d’oggi.
Forte di un’esperienza quarantennale di insegnamento negli istituti professionali e alla scuola di italiano per stranieri “Penny Wirton” Affinati ha provato a indicare una direzione dialogando con Tiziano Salvaterra — già assessore provinciale all’istruzione. Per lo scrittore, “deve essere uno specialista dell’avventura interiore”: conoscere anzitutto se stesso – interrogarsi sulle ragioni profonde della propria scelta educativa e sulla responsabilità che essa comporta – e, solo in seconda battuta, il ragazzo che ha di fronte con le sue peculiarità più evidenti ma l anche le potenzialità ancora latenti, da far emergere lungo il percorso.
Da qui l’immagine del “timoniere degli scalmanati“: il professore è chiamato a reindirizzare l’energia ribelle e disordinata dell’adolescente verso valori che non può limitarsi a enunciare, ma che deve vivere e incarnare in prima persona, attraverso l’esempio. In una fase della vita segnata dal naturale distacco dalla famiglia, i ragazzi hanno infatti bisogno di nuove figure adulte credibili, a cui potersi affidare e da cui lasciarsi ispirare.
Affinati definisce l’insegnante un artista dei tempi morti, in grado di vigilare non solo su ciò che avviene in classe, ma anche su quanto accade negli spazi informali durante la ricreazione. nei corridoi, in cortile, dove possono svilupparsi dinamiche di gruppo problematiche, processi di omologazione ed esclusione che, se non intercettati, rischiano di degenerare. Neppure l’insegnante più motivato, attento e carismatico può tuttavia, essere lasciato solo. L’attività formativa si svolge – almeno in teoria all’interno di una comunità più ampia, che comprende la famiglia e la società nel suo insieme.
Rievocando l’immagine del villaggio educativo, Affinati individua nella frattura tra scuola e famiglia una delle ferite più profonde del nostro Paese: sempre più spesso le famiglie finiscono per ostacolare, anziché sostenere, il lavoro della scuola.
Emblematico, in questo senso, è il fenomeno delle chat dei genitori divenute luoghi di coalizione e di difesa a oltranza dei figli, nei confronti dei quali appare sempre più difficile porre limiti e pronunciare quei no che restano invece essenziali nel processo di crescita e maturazione.
Torna così attuale l’intuizione richiamata da Salvaterra nel ricordo di Claudio Stedile: educazione formale — la scuola – ed educazione informale – conoscenza del territorio, della comunità e altri contesti di vita associativa – sono due facce della stessa medaglia. Separarle significa, dunque, indebolire entrambe. Anche perchè spesso in ambiti extrascolastici, quali associazioni sportive, gruppi musicali, oratori, centri giovanili e associazionismo culturale, che i giovani cercano tanto leggerezza e spensieratezza quanto visibilità sociale e riscatto.
Il libro attraversa una varietà impressionante di tematiche: da quelle centrali già nel pensiero di Don Milani e Montessori fino alle sfide precipue del nostro tempo, come l’educazione all’uso consapevole del digitale. Alla comunità non restituisce un prontuario di soluzioni immediate bensì una cornice di senso entro cui stipulare un nuovo patto educativo fondato sulla corresponsabilità dei diversi attori sociali.
